Donna,
ch’a te aspirar non posso in cor,
sì tal s’umilia al guardo il mio disiare,
tu, invidia alle brillanti gioie e all’or,
annienti il corpo le cui vesti avare,
lacere, a ricoprir si fanno fronda
sulle timide membra tratte e amare.
Dietro un sipario di vergogna affonda
il viso affanno, tacito dichino
all’estasi ch’immensa l’aere inonda:
l’acceso spirto del novello vino
è fresco lambir d’acqua passeggera
e tu, fervente ebbrezza del destino
che traccia e strugge il sonno d’ogni
sera.
Il tormento m’assilla e mi percuote,
lume notturno e fuoco di chimera!
D’un solo istante s’arma e in ardir
puote
l’occhio mio guardar la divina imago
silente impressa nell’orbite vuote.
Né il cavalier, ferito dal suo drago,
né il torto fior, dal suo gambo strappato,
con quel balsamo avranno il dolor pago.
Nella sua cecità s’è rifugiato
il memore pensier dell’armonia,
che, folgore solare di rao afflato,
seco tralascia sull’infitta via
l’ascetico silenzio del candore.
Non c’è regina o più alta signoria
che dipinto abbia in sé sì tal
splendore.
Chi tanta meraviglia in te rifuse
e d’unica beltà si fé fattore?
Furono forse l’apollinee Muse
che intessero le loro arti celesti
vaneggiando le vanitose accuse
che da Venere invidia ricevesti?
Donna sei di graziose linee e forme,
tu, ninfa, che il sopito amore desti!
Ebbene sì, l’amor che più non dorme
nell’eremo giaciglio, freddo e muto,
calca sul niveo manto le nuove orme
con letargico passo lento e arguto.
Dall’intimo risveglio affiora un canto
che in segreto si fa custode astuto
di quel che per te è d’arte pregio e
vanto:
seppur mai vorrai cogliere nel cuore
il nunzio della mia passion che tanto
m’apprende e mi trascina in pien furore,
immortal sarai tu d’aurea bellezza;
il tempo, prigioniero in me cantore,
fatto del mio dir sua salda fortezza,
eterno echeggerà le rosee tinte
che dipanano in me colme d’ebbrezza:
quando al vespero si saranno estinte
le tremule faville dell’amore,
altre, di nuovi e di altri amori cinte,
sorgeranno per nuovo spiro e ardore.
Infinite carezze d’occhi, immersi
nel sibilo fraseggio del colore,
vagheranno tra questi antichi versi
tacendo la delizia che s’aggrava
fra i palpiti di lacrime sommersi.
L’amor, che, tra lapilli e calda lava,
ferisce e affiora verso il cielo ombrato,
s’insinua nella dura pietra e scava
rutilanti e ampi solchi al suol bruciato.
Rivoli in fiamme, qual rapaci artigli,
avvinghiano e trafiggono, predato,
il corpo che in singulto, tra bisbigli,
rimira e prega il nascere a nuova vita,
rompendo, nel cor, dé sensi i sigilli!
Donna, tu, sacro unguento in mia ferita,
lenisci quel gemizio disvitale
che m’empie il petto e in duol soffoca e trita!
Le tue mani ricaccino via il male
che dirompe fuggiasco e recidivo
qual continuo tramonto e aurora astrale:
perché mai l’amor, per tutti captivo,
sempiterna gioia e fulcro d’arte,
gioca fanciullo e poi vola furtivo?
Oh tu, donna, tu, amore e di me parte,
dove vuoi andare ancor pellegrina?
Sta ferma! Guarda, ascolta bene: matte
son le parole; pazza e folle ruina!
No, non v’è ruina se è l’amor disiato;
miglior magia non v’è ch’anima affina!
Sulle tremule labbra, in volo alato,
il tribolar s’estingue; la passione
affonda col suo morso sciagurato,
travolgente marea fuori stagione,
sì stravolta e travolta in sua pastura,
naufrago flutto che nell’acque appone.
Ahi perfido cor, perfida congiura,
il tribolar m’impingue e ancor deluso,
la burrasca divora, piena e oscura,
l’urlo dalle profonde fauci schiuso!
Mille grida indomabili e nevrili
ricadono in un tinto mar confuso,
rimescolato da quell’onde vili
che traggono a sé gl’ultimi vigori
di chi rifugge dagli abissi ostili.
Vicina averti, fra essenze di fiori,
è dir salvezza in placida rena;
dai pugni van via i granuli tesori
su cui il franger spumoso batte e mena;
l’aspro e fiero riverbero marino
sfiora rasente l’assolata schiena
ferma e debole al tepido mattino.
E ti guardo con gli occhi miei ammiccanti,
chiusi dal grano cristallo salino.
Come attaccato da gloriosi fanti,
sento il mio corpo conquista d’assedio,
fragile coccio fra altri cuori affranti.
Perché a sconforto ancor non v’è
rimedio?
E’ torto il mio? No! E in me, preso d’assalto,
greve, cresce il torpore del mio tedio!
Donna, conquistatrice d’ingegno alto
e fine, tu, che nulla chiedi e gridi
sulle tepide labbra in roseo smalto,
cogli l’amore in te riverso e arridi
a questi occhi smarriti in tua beltà!
Mai opra miglior nel cor ascosi e vidi,
mai in mirar distratto il pensier sarà!
Tu, donna, d’amor fonte e gaudio eterno,
fondi il cor mio col tuo a regia maestà,
io, spirto mortal, pria avvolto nel verno,
tu, donna, sacro unguento in mia ferita!
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