Camelot - Cavalleria, Onore, Giustizia

~Carme Del Guerriero Pagano~

 

guerriero pagano

 

O mio morboso accento in aer gradivo,
   assona al silvestre ululato tetro
   e sferza il cielo del marziale divo !

Dal trasudante corpo, stanco impetro
   il tenace vessillo del furore,
   ch'arrossi il suolo ove il nimico arretro

e chi, contra, si fa di morte untore,
   gridi in deliquio lo straziar suo truce
   qual pugnante vendetta del terrore :

il torto rivol di sange seduce
   i tremiti occhi di corvino faro;
   e la mente, che il pugno seco adduce,

avversi, d'altrui inganno, il farsi amaro
   e mai ferro straniero, di sua punta
   colga un mio membro per difesa ignaro.

Mai di proprio sia la mano consunta
   bensi dell'hoste infitto al basso ventre:
   e sempre vita, a me fedel congiunta,

maggior rinneghi, nel gir di tal mentre,
   il fuggiasco arduo intento che in lei mai opra !
   Echeggia voce, non di due, ma almen tre !

Carme guerriero, sfreccia nel ciel, sopra,
   e negli abissi torna qual tremuoto,
   e tuona del suon cui orror 'gnun si copra !

Sulla pietra, ch'al mio passo percuoto,
   del pie' il severo cuoio sfrega e stride
   qual mai fu artiglio o di zoccolo vuoto ;

il rumor, nella gran paura, conquide
   il carco respir di chi tace affanno,
   e morte sentenziar la vita elide;

ogni fiato in silenzio veste il panno
   e nulla piu' l'aer filtra d'occhi il lume :
   e questa cagion del mio nunzio al danno.

Il sudor che da fronte sgronda a fiume,
   impasta il crine all'elmo, al sol forgiato,
   e fra le mani, ingombro di costume,

e' volto, di punta, al suol, rovesciato :
   aih, quant'hai tu a proteggere ragione ;
   e d'intra a te, io, qual piu' essere spietato,

avro' pasto, d'oltre il far del leone,
   l'inimica cervella via razziate,
   a accrescer forza del bello ch'oppone.

Fra le dite corrose ed incurvate,
   nel fugace riposo, grevi e inerti,
   l'imago delle membra dilaniate

s'insinua ombra dei cento colpi inferti
   e decadente si fa il grido urlante
   che soccombe ai respiri ultimi ed incerti ;

dal palmo sfugge il brando vulnerante
   e la vermiglia polpa conturbata
   ribrezza di miscuglio e odor cangiante.

A te, Marte, rivolgo la sperata
   vittoria che propizia Niche assegni
   fra gli astri della notte decantata ;

di pelli, di ferro, il suono, e di legni
   guerriero echeggi sempre in tenebrosi
   ululati e nitriti che a me degni !

Tra le fronde dei boschi fitti e ombrosi
   s'infigge l'assetata lama ardente
   falciando i curvi arbusti lacrimosi

che intrecciano il pesante arto movente ;
   e nel silenzio annunziano la doglia
   di chi tale avra' in se miseramente

la venefica chiave a varcar soglia
   dei freddi inferi nudi e solitari,
   la' dove l'aria ne' move e gorgoglia.

Morte, che da altri tempi non hai pari,
   e che solinga appari mia guerriera
   nelle vesti di piu' corpi e calvari,

rifuggi da questa affamata fiera
   sprizzante sangue dai vermigli lumi ;
   dalla bocca, non piu' parola impera,

ma, rigurgito dei cordiali fumi,
   strabocca e gronda la bava schiumosa
   che brama tarpar co'ferini acumi

la tua veste mutevole e gravosa :
   t'urlo la forza dentro me rinchiusa ;
   e grida l'ira che volge saettosa !!!

La morsa viperina che ricusa
   fra gli anfratti crudeli de' miei nerbi,
   sprizza lapilli di lava rifusa

e s'accanisce contro i mali acerbi
   di te Morte che vile non t'aggrata
   il guizzo intreccio degli occhi superbi :

non sorprendere la spalla voltata
   che miglior s'offre al tuo tiro codardo,
   ma guarda in faccia la sfida spietata,

che piu' strazia d'un affocato dardo.
   Son qui e t'attendo in fiero cospetto
   finche' vita vincente avro' al di' tardo.

E Tu, piu' volte allor colpita al petto,
   conoscerai il sapor della sconfitta
   che niun opaca qual color difetto.

O Pronùba Giunone, rendi invitta
   l'alleanza che tenace apprende e salda
   il corpo avvita qual meco tragitta

e allontana il sentor che dal fior sfalda
   il petalo morente. Il tratto rosso
   del mio sangue ribolle e ancor mi scalda

e forte s'arma il mio prorompente osso
   che piu' destreggia di potente saetta.
   O Ciel Divino con grida percosso

fin su d'Olimpo maestosa e alta vetta,
   cogli il trito permoto del mio cor :
   contra Morte assalga or sempre vendetta

e meco mai soggiaccia avverso albor !

Vale !



3



6



9



12



15



18



21



24



27



30



33



36



39



42



45



48



51



54



57



60



63



66



69



72



75



78



81



84



87



90



93



96



99



102



105

 

 

Sir Pirro Cecco Da Franosfe

 

Marte : Dio della guerra ; sacri a Marte sono il lupo, il picchio, il cavallo. L'epiteto "GRADIVO" era utilizzato per indicare "colui che precede (in battaglia)" o "colui che si getta (nella mischia)"

Niche : Dea della vittoria

Pronùba Giunone : Giunone protettrice del vincolo matrimoniale (vincolo corpo-vita)

 



Back

[Statuto] [Abitanti] [Cavalleria] [Biblioteca] [Varie] [Home]