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D'albeggianti rai apollinei, l'onde
s'inflettono a riflessi flutti oranti
e al diman, che fu or gorgo lor donde,
aleggia il dir p'assalti manier fanti;
Sdrucciola e sì spumeggia frivol canto
sui sassolini secchi ed assetati
e ivi, singulto, arretra qual fio in pianto,
fra i rimossi sonnambuli afflati.
Del planante tremor fiso velato,
guardo contenta, ascoso, gir d'alte ali,
cui pensier, perso in sì amalgama fiato,
fitto freme a feconde falde frali.
Vola! niveo gabbiano in corpo ardente,
vola e va avvinto d'aer vento tuo vello.
Taci! Il grido sussurro mar silente.
Taci! Lo spirto errar pastoso e snello,
del fragrante dibatter scroscio in acque.
Cereo qui tutto tace, respir trama,
cui brumal sentor spiro via gia' tacque.
E inonda l'onde luce, e spuma brama,
lugubre nel mondo, il viver disio
per guardar lontan te lume puntiglio
e il palpito straziar qual fu ardor pio,
degl' infimi abissi trionfo cipiglio.
Il trito inanellante guizzo adagia;
il cor carca, d'eterno andar suo piano,
l'umido suol di tepida bambagia
e in se' gabbiano e in se' pensiero arcano,
corre vers'altra florida arsa riva
ove carezza il fin fatica avviva.
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