Camelot - Cavalleria, Onore, Giustizia

Musyco
di Pirro Cecco da Franosfe

- III -

 

Al magro cuor, che vuoto ancor trabocca,
   pensando va il soffuso piglio riarso
   e, stanco, meco a sera ardor rintocca,
   per subito tacciar del diurno apparso,

quel di' di poderoso predar matto
   in calco afflitto pensier esausto e lasso;
   ma al disiato notturno livreo impatto,
   affonda e fugge e poi assiso sul sasso

sta, il corpo, a rimirar del suo destare
   il rimorso nel qui stare assopito
   A lungo il tempo, in orme acri ed amare,
   soggiacera' al fuggente duol contrito.

Statico permarrai, tu, tempo andante ?
   Il barbuto vessillo attornia il viso
   e tra l'ispido pelo man graffiante
   dichina, al dir tuo, il prepotente riso

che soffoca per la ventosa polve;
   e, fra le nari, ingordo spira il cor,
   di quel fuoco qual seco ammanta e involve,
   sorda cener sberleffa al niego amor.

Fredda il guardo a un tepor cosi' lontano !
   Non c'e' lume ! o calor d'altro dintorno,
   cui tal pianto possa or tender la mano;
   la notte, buia fattrice, vasta il giorno !

E duol corpo, puntello, vasta il ferro,
   non forza infitto o fra membra mie avvolto,
   ma svelto, cammin del passo qual io erro,
   nel dilaniante orror meco stravolto !

Il pallore, invadente, ammanta il volto :
   fra le atri larghe fauci, l'aria imbocca
   e il petto fremente infuoca sconvolto
   di battiti pesanti qual di scocca :

se il morir tace per sempre scintilla,
   morte sia da un di quel gran fuoco stilla ;
   baciami e vita assolva aura favilla !

 

 

 




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Sir Pirro Cecco Da Franosfe

 

 



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