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Al magro cuor, che vuoto ancor trabocca,
pensando va il soffuso piglio riarso
e, stanco, meco a sera ardor rintocca,
per subito tacciar del diurno apparso,
quel di' di poderoso predar matto
in calco afflitto pensier esausto e lasso;
ma al disiato notturno livreo impatto,
affonda e fugge e poi assiso sul sasso
sta, il corpo, a rimirar del suo destare
il rimorso nel qui stare assopito
A lungo il tempo, in orme acri ed amare,
soggiacera' al fuggente duol contrito.
Statico permarrai, tu, tempo andante ?
Il barbuto vessillo attornia il viso
e tra l'ispido pelo man graffiante
dichina, al dir tuo, il prepotente riso
che soffoca per la ventosa polve;
e, fra le nari, ingordo spira il cor,
di quel fuoco qual seco ammanta e involve,
sorda cener sberleffa al niego amor.
Fredda il guardo a un tepor cosi' lontano !
Non c'e' lume ! o calor d'altro dintorno,
cui tal pianto possa or tender la mano;
la notte, buia fattrice, vasta il giorno !
E duol corpo, puntello, vasta il ferro,
non forza infitto o fra membra mie avvolto,
ma svelto, cammin del passo qual io erro,
nel dilaniante orror meco stravolto !
Il pallore, invadente, ammanta il volto :
fra le atri larghe fauci, l'aria imbocca
e il petto fremente infuoca sconvolto
di battiti pesanti qual di scocca :
se il morir tace per sempre scintilla,
morte sia da un di quel gran fuoco stilla ;
baciami e vita assolva aura favilla !
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