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Stanche non son le dita intorpidite
a sfiorar quel fior che nel cor non sfiora ;
o voi, Musa, d'inerte ardore, dite
qual sia di morte la triste e tarda ora,
ch'ultimo baci 'i possa osar singulto
e di man tacciar la rosea dimora.
Accarezza, man, pur questo tumulto,
ma or frena in corpo quel bacio cencioso,
avvolto dai brandelli del buio occulto
cui vien meno il dir del suono armonioso.
Ti struggi e ti dilani nelle membra
e ribelle, o cuore, al seren riposo,
t'affoghi in cio' che il sangue ti rimembra
e rinsecchi nel ribollir tuo vano.
Quanto tiranno sia l'amor non sembra :
dentro l'accogli, in questo panno umano,
e poi via fugge, lui, essere divino,
che pria al mondo apparir ti fa sovrano
e, dopo, infitto cadi del suo uncino.
Non baciar dunque per quel tuo amor vero
che', preda, verita' sara' al confino :
il bacio che a te e' si' tanto sincero,
a voler di chi tal ruba e t'arride,
si manifesta qual fregio severo !
E perche' mai la sorte al suol t'accide ?
Solo e privo al sensuale rao del sole,
il pensier, che raggiante vita avvide,
quieta tra i desolati colli e gole,
tra umidi prati di notturni in luna.
E chiudo gli occhi. Ahi quanto dentro duole,
a te dire addio, quale ombra che imbruna
la statica vision che fu in passato.
Serba ! sonno, il letargo cor che sfuma
e proteggi il mio amor che ancora impluna.
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